Approfondimento

Guido Venosta – La guerra, i fratelli, la mamma, la casa di Gornate Olona

di Eleonora Sàita e Giuseppe Caprotti

Guido in divisa con i figli, lo zio Beppe e mia madre Giorgina, Somma Lombardo (VA), maggio 1943.

“Intanto la tensione internazionale stava aumentando di giorno in giorno. Era chiaro che la Germania desiderava la guerra, spalleggiata dall’Italia che sperava in vittorie facili.
Rientrai dall’Austria. Fui richiamato alle armi e, per la mia perfetta conoscenza dell’inglese, fui assegnato al Servizio Informazioni Militari (S.I.M.), con sede a Roma. (…) Anche il soggiorno a Roma fu per me una straordinaria esperienza. Il mio incarico alla sezione inglese era quello di tradurre i messaggi che gli ambasciatori inglese, americano e, qualche volta, francese inviavano ai loro governi (…).
Il fascismo crollava come un castello di carta. (…) Gli amici di Roma che mi avevano aiutato con la loro ironia, tipicamente romana, ad acquisire un punto di vista diverso sulla vita e sul mondo, diverso da quanto mi era stato fornito dalla mia vita precedente, più riservata, scomparvero improvvisamente e mi trovai improvvisamente solo con me stesso e con l’avvenire.
Ritornai rapidamente a Milano e poi [andai] a Cervinia. (…). [La nonna Luisa era sfollata a Cervinia con i bambini, mia madre Giorgina e mio zio Beppe, allora molto piccoli, N.d.R.].
Mia madre trascorse gli anni della guerra a Gornate Olona, nella piccola casa che era stato l’ultimo acquisto di mio padre prima della sua morte; con questo acquisto egli credeva di aver utilmente completato il nostro piccolo patrimonio. (…). La casa di Gornate era stata ripristinata da un gruppo di giovani architetti, lo Studio BBPR, poi diventati famosi, che mio padre aveva ritenuto d’interpellare proprio per la loro giovinezza. Mio padre purtroppo era già morto, e noi fratelli avevamo per essa un attaccamento pieno di rimpianto. [Lo studio BBPR – acronimo di da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers, fondato a Milano nel 1932, in effetti acquisterà fama grazie a interventi e progetti assolutamente innovativi, tra i quali la milanese Torre Velasca, terminata nel 1958, N.d.R.]. (…).
Io ero rimasto in territorio metropolitano poiché, in base ad una disposizione del Ministero della Guerra a favore di uno dei tre fratelli richiamati alle armi, l’uno e l’altro dei miei due avevano optato a mio favore, avendo io già due figli piccolissimi e perché pensavano che, come capofamiglia, avrei potuto tutelare in qualche modo anche le loro cose. (…)”.

In guerra andarono anche i due fratelli di Guido, Luigi detto Gigi, giocatore professionista e nazionale di hockey su ghiaccio negli anni Venti, e Giorgio, padrino di Giorgina, la primogenita di Guido:
“Mio fratello Giorgio, dopo essere stato in Jugoslavia, fu destinato con tutto il suo reggimento al fronte russo, in accompagnamento al Terzo Bersaglieri. (…). Andai a Lazise a veder partire mio fratello. Giorgio fece tutta la ritirata di Russia; credo che di lassù qualcuno lo proteggesse.
Il fratello pilota [Luigi Venosta] combatté come capo equipaggio di un apparecchio da bombardamento S73. Dopo un’azione su Alessandria d’Egitto e sulla flotta inglese alla fonda, la sua squadriglia sulla via del ritorno fu attaccata da una squadriglia di Spitfire. Uno di essi, in particolare, attaccò l’apparecchio di mio fratello. (…). Il combattimento fu durissimo. (…). Cadde il secondo pilota. Cadde il mitragliere di poppa abbracciato alla sua mitragliatrice. Alla sua destra mio fratello vide due S73 in fiamme. Da uno di essi si lanciò in mare col paracadute Milo Mussi, che non vedemmo più e che i genitori cercarono per anni, sperando che fosse disperso. Era stato un valido giocatore di hockey sul ghiaccio; era quindi uno dei nostri [Camillo “Milo” Mussi fu giocatore di hockey e compagno di Luigi Venosta, N.d.R.]. Una nuvola fortunata permise a mio fratello di sottrarsi all’inseguimento. Riportò l’apparecchio in territorio italiano con morti e feriti; ebbe la medaglia d’argento sul campo. Questo episodio fu raccontato con tutti i dettagli dalla radio inglese la sera stessa dello scontro. (…)”.

In questo punto, le memorie del nonno si fanno confuse, essendo rimaste allo stadio di appunti per lo più sparsi. Quel che si riesce a ricomporre è che la casa di via Vivaio, dove la famiglia Venosta viveva da parecchi anni, viene incendiata nel corso dei bombardamenti alleati dopo l’8 settembre, e solo il provvido intervento di un amico che riesce a far intervenire i vigili del fuoco permette di limitare i danni, consentendone la ricostruzione nel dopoguerra. Il nonno, fortunosamente tornato da Cervinia per seguire la madre e gli affari della famiglia, riesce ad arrivare alla Liberazione insieme ai fratelli, tornati dal fronte. E la vita ricomincia per tutti.

Fonti:
Albiate, Archivi di Villa San Valerio, Archivio di Guido Venosta, G. VENOSTA, Memorie inedite (1996-97), pp. 27 – 34.



Condividi questo articolo sui Social Network:   
Facebooktwitterlinkedin

Chiudi