Dalla pausa pranzo tradizionale al piatto pronto mangiato – in fretta – davanti al pc
Questo articolo è il seguito naturale di : L’Italia ha dimenticato la dieta mediterranea. Si tratta di una sintesi tratta da il Gambero Rosso
La pausa-pranzo ai tempi del Covid
Prima del Covid la pausa pranzo degli italiani era un rituale stabile e codificato. Secondo un’indagine Nomisma del 2019, il 43% dei lavoratori consumava il pranzo in ufficio almeno 2-3 volte a settimana, spesso portando cibo da casa, mentre circa il 45% riusciva a rientrare tra le mura domestiche specialmente nei centri minori o quando la distanza casa-lavoro lo permetteva: dove si pranzava, e per quanto tempo, rappresentava il paradigma dello stile di vita rilassato della provincia italiana versus la fretta del lavoro in città. Le mense aziendali, le tavole calde e i ristoranti di prossimità erano ancora parte integrante del paesaggio urbano e della quotidianità lavorativa: si mangiava fuori meno che prima della crisi del 2008-2011, ma era ancora un rito diffuso.
L’arrivo del Covid-19 ha rivoluzionato questa routine: gli smart worker sono passati secondo il Ministero del Lavoro da 200mila a circa 1,6 milioni, svuotando uffici e mense, molte delle quali non hanno riaperto. La Fiepet-Confesercenti stima che durante i mesi di lockdown ci sia stata una perdita di circa 250 milioni di euro al mese nei consumi dei pubblici esercizi. Lo smart working non è stato solo una comodità per i lavoratori e un problema di uffici vuoti, ma ha ridisegnato il rapporto tra domanda e offerta di cibo. E ha colpito inevitabilmente l’indotto del food cresciuto attorno alle zone con alta densità di uffici e capannoni. Noi milanesi non possiamo scordare le contorsioni del sindaco Sala, che prima aveva dichiarato uno smart working generalizzato per tutti i dipendenti comunali e poi era tornato rapidamente sui suoi passi, spinto dalla crisi dei locali del centro vuoti. Il pranzo, oltre che socialità, salute ed estetica, è economia.
La rivincita della schiscetta in ufficio
Già nel 2021, secondo un rapporto Coldiretti-Censis, il 57% dei lavoratori italiani si portava il pranzo da casa, contro il 39% pre-pandemia: un cambiamento spinto da motivazioni sanitarie (evitare ambienti affollati), organizzative (molti locali e moltissime mense non avevano riaperto, e non lo avrebbero più fatto) e certamente economiche (riduzione del potere d’acquisto).
La tempesta perfetta del post pandemia, con il ritorno dell’inflazione che ha eroso il già traballante potere d’acquisto degli italiani, ha contribuito a consolidare le abitudini acquisite in pandemia del pranzo portato da casa e consumato spesso davanti al computer, soprattutto tra i Millennials.
Crisi ed esigenze di risparmio sul pranzo
Certo, c’entrano l’attenzione alla salute e alle porzioni, ma si è trattato soprattutto del bisogno di contenere i costi: nel 2023, Federconsumatori stimava che un pranzo domestico costasse in media 3,90 euro, contro i circa 15 necessari per un pasto completo al bar o al ristorante (pasta, acqua, dolce, caffè), oltre il 74% in meno. Questo divario si è ampliato negli ultimi anni: tra il 2019 e il 2023, il costo medio del pranzo fuori casa è aumentato dell’8%, trascinato in particolare dai rincari su caffè, acqua e dessert. Parallelamente, il numero dei lavoratori che consuma abitualmente a pranzo cibo preparato a casa ha raggiunto la percentuale record del 78% secondo il Rapporto Censis-Camst 2025.
Sempre secondo questo rapporto, nel 62% dei casi il piatto è preparato appositamente per la pausa pranzo, non una rimanenza della cena o cose prese a caso in frigorifero. È il ritorno prepotente della “schiscetta“, celebrato in un recente articolo sul sito di Gambero Rosso. Il nome in dialetto milanese, una delle poche parole milanesi assurte alla dimensione nazionale, è passato dall’indicare una gavetta metallica con gli avanzi della cena a indicare invece un oggetto che può essere anche di design – magari passando per il Giappone, con i suoi bento box – e contenere pasti attenti e bilanciati, a volte anche troppo leggeri.
Il nutrizionista e la dieta bilanciata
Spiega il nutrizionista Luca Laudani che, in una dieta bilanciata, l’apporto calorico del pranzo dovrebbe essere quello preponderante nella giornata: 30-35% delle calorie giornaliere, con il rimanente suddiviso tra colazione (15-20%), cena (25-30%) e due spuntini attorno al 5-10% di fabbisogno l’uno. Il pranzo dovrebbe essere bilanciato e vario, tra carboidrati, proteine e grassi “buoni”, evitando tanto il “proteinismo” estremo tanto di moda sui social, quanto porzioni troppo abbondanti che inducono sonnolenza.
Ma si deve mangiare, spiega il dottore: per non arrivare a fine giornata con le pile scariche, rendendo meno e soprattutto facendo danni al momento dell’aperitivo quando saremo portati inesorabilmente a sgarrare. Sarà anche gourmet, ma l’aperitivo difficilmente sarà definibile come elemento di una sana alimentazione bilanciata.
Mangiare al computer: fa male anche al cervello
Inoltre – poiché si mangia con la bocca, gli occhi, ma anche col cervello – Laudani sconsiglia anche di mangiare davanti al computer, e non solo perché – secondo chi scrive – è triste: senza un chiaro stacco, la mente non percepisce che ci stiamo nutrendo e tornerà troppo presto ad avere fame. Bisognerebbe mangiare seduti, possibilmente in un posto diverso dalla propria scrivania. Ma qui e soprattutto in città le cose lasciano a desiderare.
Quelle belle cucine aziendali che fanno la loro bella figura in molti film sono ancora e solo appannaggio delle start up più innovative, mentre i molti “lavoratori della conoscenza” (i cosiddetti “knowledge workers” occupati nella finanza, nei media o nelle tecnologie dell’Informazione e della comunicazione) quando non si mangiano la schiscetta, optano per l’immancabile delivery o per l’offerta del supermercato più vicino.
I forzati del supermercato
Basta attraversare il centro di Milano all’ora di pranzo per capire come vanno le cose: si incrociano numerosi sciami di lavoratori in giacca e cravatta e sacchettino del supermercato di ordinanza e si capisce cosa significhi il dato secondo cui il 90% dei lavoratori pranza con i colleghi. Basta poi addentrarsi in una Esselunga in zona centrale – sono tutte uguali – per capire come ormai entrare in un supermercato significhi sfilare davanti a frigoriferi pieni di insalate di pollo, insalata greca, salmone con verdure, vitello tonnato, fagiolini al vapore, riso Venere in tutte le fogge (incredibile pensare che abbiamo vissuto decenni senza riso Venere) da cui scegliere il proprio pranzo. E c’è da dire che la corsa al supermercato – o al banchetto del negozio vicino a casa o all’Università – è anche spesso l’unica passeggiata che fa quel 97% dedica che meno di 30 minuti alla pausa pranzo che acquistano in negozio e tornano a mangiare alla scrivania: è la scelta preferita della Gen Z, insieme al delivery.
La “mezza” – ovvero l’ora di pranzo – sotto la Madonnina è anche segnata dal vorticoso muoversi dei rider, quasi sempre su biciclette elettriche illegali (trasformate in motorini senza targa) per soddisfare la pigrizia e la mancanza di tempo dei “lavoratori della conoscenza”: ovvero, nelle parole di Raffaele Alberto Ventura, la nuova classe disagiata che mangia male e vive male (peggio dei boomers, meno inclini a rinunciare a mangiare in un posto a questo adibito e da scegliere in base alla capienza del proprio portafogli).
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