La persona al centro non è uno slogan. È un lavoro quotidiano.
C’è un momento in cui la fragilità rischia di diventare un ostacolo permanente per un adolescente in difficoltà, un caregiver o una famiglia e quello che fa la differenza è trovare qualcuno accanto, con gli strumenti giusti. Nasce da qui Spazi di Crescita – Percorsi di autonomia e inclusione, progetto promosso da Spazio Aperto Servizi ETS con il sostegno della Fondazione Guido Venosta, attivo a Milano nel 2025-2026 su quattro ambiti: supporto educativo e psicologico per minori e adolescenti, spazi di confronto per caregiver, attività inclusive per ragazzi con disabilità, accompagnamento all’autonomia abitativa e professionale.
La Fondazione Guido Venosta ha scelto di sostenere questo progetto perché risponde a bisogni concreti e spesso invisibili, con la convinzione che il sostegno più efficace sia quello capace di restituire autonomia, non dipendenza.
Ne abbiamo parlato con Lara Luppi, Direttrice operativa e responsabile del progetto.
Spazi di Crescita si è concluso dopo un anno di attività. Come lo descrivereste a chi non lo conosce?
È un progetto che ha cercato di stare vicino alle persone nei momenti in cui la propria vita sembrava bloccata: incertezze, fragilità, domande senza risposta. Famiglie, bambini, ragazzi, caregiver, persone con disabilità — ognuno con una storia diversa, ma con lo stesso bisogno di trovare qualcuno che li aiutasse a ritrovare un equilibrio e ricominciare.
Nel corso del progetto avete accompagnato minori, famiglie, caregiver, persone con disabilità. C’è un cambiamento — anche piccolo — che vi è rimasto particolarmente impresso?
Ho l’imbarazzo della scelta. Mi viene in mente Luisa, una caregiver che per la prima volta ha partecipato a un gruppo e si è sentita accolta — come se avesse respirato una boccata di ossigeno. Non le abbiamo cambiato la condizione di carico: prendersi cura di una persona con disabilità è una fatica che dura per tutta la vita, e per lei si sommava alla perdita del marito pochi anni prima. Siamo stati in grado di darle un luogo neutro, non giudicante, in cui sentirsi meno sola. È tornata a casa e ha dovuto continuare a confrontarsi con le stesse difficoltà, ma lo ha fatto con una forza diversa. Da quell’esperienza sono nate anche amicizie che sono andate oltre il gruppo. A volte il nostro lavoro è proprio questo: aprire delle porte. Le persone poi le attraversano da sole, e, a loro volta, riescono a diventare una risposta per qualcun altro.
Spesso nei progetti sociali i risultati più significativi non sono quelli misurabili. Ce n’è uno che fatica a entrare in un numero o in un indicatore ma che per voi è stato importante?
La fiducia. È qualcosa che non si misura, ma che si sente crescere. L’impatto concreto lo posso dimostrare: prima una persona non aveva una casa, adesso ce l’ha; prima non riusciva a gestire la propria rabbia, oggi riesce a farlo. Ma quanta fiducia in sé stessa, negli altri e nel sistema abbia costruito lungo il percorso — questo non entra in nessun indicatore. Eppure è il risultato che lascia il segno. Alcune delle persone che abbiamo incontrato le conoscevamo da anni, in altri servizi. Ci cercano ancora, anche quando il percorso formale è finito. Per noi è la conferma più importante.
Il progetto ha lavorato su quattro fronti molto diversi. Quale area vi ha riservato le sfide più inattese?
Due in particolare: il supporto educativo e psicologico e l’housing. C’è una sofferenza psichica dilagante — lo vediamo ovunque, non solo nei servizi. La dimensione psicologica intrecciata a quella educativa, che non produce solo sollievo ma entra nel merito e offre strumenti concreti, è qualcosa di cui c’è un bisogno enorme. Sull’housing, invece, Milano sta vivendo un allargamento sempre più marcato delle disuguaglianze: le persone che fanno fatica ad accedere alla casa sono ormai una fascia sempre più ampia e senza una stabilità abitativa, tutto il resto — il lavoro, le relazioni, il futuro — fatica a reggersi.
Il canale WhatsApp ha raccolto 329 contatti. Come avete vissuto questa evoluzione?
Lo avevamo immaginato come uno strumento di primo contatto, e in parte lo è stato. Ma ci ha sorpreso la qualità delle richieste. Ad esempio, adolescenti che scrivevano perché avevano ricevuto un brutto voto e non sapevano come dirlo ai genitori. Apparentemente una piccola cosa, ma restituire dignità e valore alla fatica di ognuno, piccola o grande che sia, è già una forma importante di attenzione e cura. Spesso quel primo messaggio è diventato l’inizio di qualcosa di più: un gruppo, un percorso, una relazione. Abbiamo sperimentato un uso sano di uno strumento spesso demonizzato: una tecnologia che, con intelligenza, può essere umana.
Il supporto all’housing ha dimostrato che avere una casa non è solo un bisogno primario, ma una condizione abilitante. Potete raccontarci un momento in cui questo si è reso evidente in modo concreto?
Penso ai ragazzi che abbiamo seguito da minori stranieri non accompagnati e che oggi sono adulti. Nella loro breve vita hanno vissuto più di quanto molti di noi vivano in un’intera esistenza. Li abbiamo accompagnati per anni a trovare un lavoro, a costruire un’autonomia — e poi le porte si chiudevano, non per motivi economici, ma per pregiudizi. Alcuni inviavano parte del loro stipendio alle famiglie di origine e non riuscivano a sostenere un affitto. Vedere percorsi così virtuosi, fatti di sacrifici enormi, rischiare di crollare per mancanza di opportunità reali genera una frustrazione difficile da descrivere. Poter dire a qualcuno: “Questa volta ti diamo delle garanzie perché il tuo percorso possa davvero durare nel tempo”, è stato uno dei momenti più importanti dell’intero progetto. Penso anche a una mamma che ci ha mostrato le foto della casa nuova, personalizzata con oggetti che richiamavano la sua storia, le sue origini. Ci ha detto: “Sono felice. Sento che la mia integrazione in questo paese può dirsi completata.” Sono queste le situazioni che ti fanno dire: abbiamo fatto la differenza.
Questo progetto ha usato un approccio flessibile e personalizzato. Nella pratica quotidiana, cosa significa?
Ogni persona ha la sua storia, e non esiste una risposta preconfezionata che vada bene per tutti. Il programma si costruisce con le persone che incontriamo, giorno per giorno. “La persona al centro” non è uno slogan — è una scelta che si misura nei dettagli: come si decide insieme di arredare una stanza, quali oggetti contano davvero, quali scelte appartengono a lei e non a noi. Significa accogliere l’autodeterminazione di qualcuno, anche quando il percorso è più lento, anche quando è più faticoso. E significa non lasciare nessuno solo davanti a un bisogno che non riusciamo a gestire direttamente: in quel caso, cerchiamo insieme altre risposte, altre possibilità. Non ci limitiamo a offrire un pezzo di soluzione, ma accompagniamo le persone nella ricerca di una risposta più completa e duratura.
Il progetto è replicabile su scala più ampia?
Gli elementi per la scalabilità ci sono tutti: abbiamo lavorato su ambiti emergenti, con bisogni che non sono circoscritti a Milano o a un territorio specifico. Il modello è replicabile, ma personalizzare richiede tempo, competenze, operatori dedicati — e quindi investimenti. Non è un progetto che raggiunge grandi numeri a basso costo: raggiunge le persone in profondità, e questo ha un valore diverso. Ci vorrebbero tante Fondazioni come quella di Guido Venosta, perché il bisogno è grande e non si esaurisce con un anno di progetto. Sappiamo che funziona, e sappiamo che vale la pena farlo crescere.
Cosa lascia questo progetto alle persone, al vostro team, al territorio?
Torno sul tema della fiducia. Per gli operatori, sentire che c’è ancora spazio per creare, per personalizzare, per mettere del proprio — in un periodo di crisi delle professioni sociali — è qualcosa di generativo. Per le persone che hanno usufruito del progetto, rimangono le relazioni: quelle che poi diventano la rete di salvataggio vera, quella che quando le cose vanno male ti raccoglie e ti dà un’altra possibilità. Per il territorio, rimane la consapevolezza che è possibile. Non è la goccia nell’oceano. Non è impossibile rispondere ai bisogni sociali reali. Il fatto che ce lo possiamo dire è già un elemento positivo.
Lara Luppi





