La seconda vita: l’Associazione nazionale per la ricerca sul cancro (AIRC) – prima parte
Il 14 aprile 1939 il padre di Guido Venosta, Giuseppe, morì di cancro al fegato, dopo mesi di sofferenze atroci. La data costituì uno spartiacque fondamentale nella vita del figlio, che si era dovuto confrontare con l’impotenza assoluta nella cura della malattia. Fu una inenarrabile tragedia, poiché perse in poco tempo la persona che aveva più amato e con la quale era stato più in confidenza senza poter fare nulla. Dieci anni dopo la storia si ripeté con la madre Argia. Una ventina d’anni dopo, queste dolorose esperienze avrebbero dato i loro frutti.
Venosta stesso racconta che nel 1966 “vennero fatti passi presso la Pirelli, della quale io ero dirigente, per appurare se la società potesse mettere a disposizione una persona adatta a una iniziativa che andava sviluppandosi proprio in quel momento storico, una piccola associazione di solidarietà che sarebbe poi diventata la grande Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Dice la cronaca che Franco Brambilla, l’allora amministratore delegato della Pirelli S.p.A., fece il mio nome, memore anche del buon successo che avevo conseguito in una recente raccolta di fondi, così fu creato il contatto e così ebbe inizio la mia storia nel nonprofit.”.
Venosta accetta di far parte della “piccola associazione“ per due motivi fondamentali: uno, per così dire, filantropico, la convinzione che “le classi e le categorie sociali che, per ragioni di nascita o per combinazioni della sorte, avevano potuto godere delle migliori condizioni di vita dovessero ‘rendere qualcosa’ agli altri, avessero cioè il dovere morale di intervenire nella comunità a vantaggio di chi quella fortuna non aveva avuto (…).”. L’altro appunto è un motivo personale, la morte per cancro di entrambi i genitori.
Affianca quindi Camilla Falck, allora presidente dell’associazione, e Aldo Borletti, primi fautori dell’iniziativa, che desiderano fondare un ente al fine di aiutare la ricerca di cure sul cancro, modellandolo sull’esempio di quelli già attive all’estero: “non profit nel senso anglosassone, vale a dire orizzontale a qualsiasi (…) ideologia o appartenenza (…), per associarsi occorreva soltanto condividere lo scopo (…)”, e basata sull’informazione e la raccolta di fondi per fare prevenzione e finanziare iniziative.
Non sarebbe stato un compito facile: una volta Venosta, chiedendo all’amico Giovanni Spadolini, allora direttore del “Corriere della Sera”, d’intervenire sulla vicenda del cancro e delle ricerche che si facevano per combatterlo, si sente rispondere che “i giornali non potevano neppure accennare alla parola ‘cancro’ che per sé stessa metteva in agitazione il lettore, che rifiutava di affrontare l’argomento”.
Fonti:
G. VENOSTA, “Memorie” inedite, 1997-1998.
Albiate (MB), Villa San Valerio, Archivi di Villa San Valerio, Archivio di Guido Venosta; Archivio AIRC/FIRC.
Bibliografia:
G. VENOSTA, Dal profit al nonprofit. Storia di un’esperienza, Milano 1997.