Approfondimento pubblicato il 27/04/2026 - di Roberta Liberale

In un mondo sempre più complesso e instabile, educare non può più significare soltanto trasmettere nozioni.

“Educare significa aiutare i ragazzi a diventare capaci di stare nel mondo”, afferma la dott.ssa Alessia Lanzi, psicologa e psicoterapeuta del Minotauro. Una prospettiva che mette al centro non solo il “sapere”, ma il “saper essere” e il “saper fare”, necessarie per affrontare il presente.

Questa visione prende forma nel progetto “Happy. diventare capaci“, sostenuto dalla Fondazione Guido Venosta e attivo a Milano, Seregno e Sovico, in collaborazione con Minotauro, Spazio Aperto Servizi e CSV Monza-Lecco-Sondrio. Il percorso coinvolge oltre 400 adolescenti, 60 genitori, 50 insegnanti e 30 associazioni territorialiattraverso laboratori esperienziali, doposcuola, sportelli di ascolto e percorsi formativi rivolti alla comunità educante.

In questa cornice, la dott.ssa Lanzi, referente del progetto, ci accompagna in una riflessione su cosa significhi oggi educare.

Quando diciamo che educare significa rendere capaci, di quali capacità stiamo parlando oggi?

Parliamo della capacità di affrontare un mondo complesso: stare nel cambiamento, tollerare l’incertezza, reggere la fatica e costruire il proprio percorso. Oggi educare significa aiutare i ragazzi a sviluppare risorse emotive, relazionali e interiori per orientarsi nella realtà.

In un mondo sempre più mediato dalla tecnologia, educare alla capacità cambia significato?

Sì, profondamente. Oggi la tecnologia non è più soltanto uno strumento, ma è diventata un “ambiente”. Ragazzi e adulti abitano contemporaneamente il mondo fisico e quello virtuale, e questo cambia inevitabilmente anche il compito educativo. Il digitale offre opportunità evidenti – connessione, accesso, apprendimento, relazione – ma porta con sé anche rischi concreti: sovraesposizione, impoverimento dei legami, sostituzione del reale con il virtuale. Per questo, più che moltiplicare regole e divieti, il lavoro educativo dovrebbe aiutare i ragazzi a interrogarsi sul senso delle proprie azioni, a riconoscere ciò che provano e a costruire una maggiore consapevolezza nel modo in cui abitano questi spazi.

Educare a essere capaci implica anche tollerare frustrazione e incertezza. Siamo davvero in grado di sostenere questo passaggio?

È una sfida fondamentale. Non esiste apprendimento senza frustrazione. Imparare significa fare i conti con il non sapere, con la fatica, con il tempo necessario perché qualcosa maturi davvero. Eppure, oggi, come adulti e come sistema educativo, facciamo spesso il contrario: anticipiamo, proteggiamo, interveniamo troppo presto, cerchiamo di togliere subito l’ostacolo. Così facendo, però, priviamo i ragazzi proprio dello spazio in cui potrebbero allenarsi a reggere la difficoltà. La fatica viene letta come segno di inadeguatezza, non come parte naturale del processo di crescita. Quando questo accade, il rischio è il blocco: ci si ferma, ci si ritira, ci si sottrae all’esperienza stessa dell’imparare.

Che ruolo ha l’errore in un percorso educativo orientato alla capacità?

L’errore è una tappa fondamentale. Se l’educazione punta a rendere capaci, l’errore non va temuto né demonizzato, ma integrato come uno strumento di apprendimento. Permettere ai ragazzi di sbagliare, e soprattutto aiutarli a riflettere su quell’errore, è ciò che costruisce la vera competenza e la resilienza. Gli adulti però si devono interrogarsi profondamente se sono davvero pronti a concedere ai ragazzi il tempo per sbagliare e poi costruire nuove competenze.

C’è un gesto quotidiano che aiuta davvero un ragazzo a diventare più capace?

Fare più domande e offrire meno soluzioni immediate. Non nel senso di lasciare soli gli adolescenti, ma di non riempire immediatamente ogni vuoto con una soluzione. Stare in relazione, ascoltare, nominare ciò che accade, tollerare di non capire tutto subito: è in questo spazio che i ragazzi possono cominciare a costruire identità, autonomia e risorse personali. Anche perché molte abilità che tendiamo a dare per scontate — organizzarsi, stare con gli altri, gestire un imprevisto, affrontare un disagio — non si sviluppano automaticamente. Si apprendono nel tempo, dentro un accompagnamento paziente, concreto, capace di esserci senza sostituirsi. Oggi educare non significa riempire, né correggere meccanicamente. Significa creare le condizioni perché un ragazzo possa diventare progressivamente più competente nel rapporto con sé stesso, con gli altri e con la complessità del proprio tempo. In altre parole, educare significa rendere qualcuno più capace di abitare il mondo.

Ripensare l’educazione in termini di “capacità” significa guardare oltre il presente, impegnarsi oggi per costruire, insieme, una comunità capace di sostenere i giovani non solo nei momenti di successo, ma soprattutto nelle fatiche e di fronte agli errori. Non servono risposte predefinite. Servono le bussole relazionali, emotive e interiori per aiutarli a navigare il loro tempo e la disponibilità a stare nell’incertezza insieme a loro, senza riempire ogni silenzio, senza anticipare ogni fatica. È qui che comincia la capacità.

Alessia Lanzi



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