(Credito immagine: NOAA Satellites, 11 giugno 2026.)
Redatto il 12 agosto, aggiornato il 24 agosto e il 2 settembre 2026
Durante l’estate 2026 gli oceanografi di tutto il mondo osservano con crescente attenzione un fenomeno che si ripete da millenni ma che, questa volta, potrebbe raggiungere un’intensità mai registrata prima: El Niño. Capire di cosa si tratta e quali conseguenze può avere ci aiuta a comprendere una parte importante del sistema climatico terrestre.
Cos’è El Niño
El Niño è la fase calda di un ciclo naturale chiamato ENSO (El Niño-Southern Oscillation), che alterna periodi di riscaldamento (El Niño) e di raffreddamento (La Niña) delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico tropicale centrale e orientale. Il fenomeno si manifesta quando i venti alisei, che normalmente spingono le acque calde superficiali verso l’Asia e l’Australia, si indeboliscono: l’acqua calda torna a spostarsi verso le coste del Sud America, alterando la circolazione atmosferica nota come circolazione di Walker e, con essa, i regimi di piogge e temperature in gran parte del pianeta.
Questo spostamento delle acque calde ostacola anche l’upwelling, il processo che porta in superficie, lungo le coste sudamericane, acque profonde ricche di nutrienti. La sua riduzione può diminuire sensibilmente la produttività degli ecosistemi marini, con ripercussioni sulle popolazioni ittiche e sulle attività di pesca.
La situazione nel 2026
Le agenzie meteorologiche internazionali hanno dichiarato l’avvio ufficiale di El Niño all’inizio di giugno 2026, dopo che le temperature superficiali del Pacifico centro-orientale si sono mantenute per diversi mesi consecutivi almeno 0,5 °C sopra la media. Da allora il fenomeno si è rafforzato molto rapidamente: l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha segnalato a inizio luglio uno sviluppo veloce verso un evento “forte” tra luglio e settembre, con anomalie di temperatura superficiale del mare attese oltre i 2 °C nelle aree monitorate. Gli indici più recenti, relativi a metà luglio, mostrano valori ancora in salita, un segnale che l’evento sta evolvendo verso la categoria “molto forte”. Per la NOAA statunitense la probabilità che entro fine anno si sviluppi un evento di questa intensità è ormai di quattro su cinque.
Perché è importante per il clima globale
El Niño non è causato dal cambiamento climatico di origine antropica. È un fenomeno naturale che riscalda le acque dell’Oceano Pacifico e rilascia calore nell’atmosfera, alzando la temperatura media globale di circa 0,1-0,2 °C. Tuttavia, quando questo calore naturale si aggiunge a un pianeta già surriscaldato dalle attività umane, i due effetti si sommano, portando ai picchi di temperatura più alti mai registrati (come avvenuto nel 2023 e 2024). Poiché occorrono diversi mesi affinché il calore dell’oceano si trasferisca pienamente all’atmosfera globale, l’impatto massimo dell’evento iniziato nel 2026 si farà sentire soprattutto nel 2027.
Gli effetti attesi nel mondo
El Niño non scalda il pianeta in modo uniforme: ridistribuisce piogge e siccità secondo schemi piuttosto riconoscibili. Tendono a diventare più piovose alcune aree come il sud degli Stati Uniti, il Perù, l’Ecuador, il Cile settentrionale e il Corno d’Africa, con maggiore rischio di alluvioni. Al contrario, regioni come l’Australia, l’Indonesia, le Filippine, la Malesia, la Thailandia, il Sudafrica, l’India e le zone settentrionali del Brasile e dell’Amazzonia diventano più esposte a siccità e incendi boschivi. La WMO ha già attivato i propri sistemi di allerta precoce per aiutare governi e organizzazioni umanitarie a prepararsi, segnalando rischi particolari per la sicurezza alimentare in aree già fragili, dall’Africa australe al Sud-est asiatico.
La geografia degli effetti di El Niño
Le mappe mostrano alcuni degli effetti che storicamente tendono ad accompagnare gli episodi di El Niño. Si tratta di tendenze probabili, non previsioni certe. Ogni El Niño è diverso e l’intensità del fenomeno non determina automaticamente l’intensità degli effetti in ciascun continente.
Le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre gli eventi meteorologici estremi. Il World Food Programme delle Nazioni Unite conferma che El Niño del 2015-2016 ha avuto conseguenze sulla sicurezza alimentare di 60-100 milioni di persone. Secondo le prime analisi del WFP, l’El Niño 2026-2027 potrebbe spingere almeno altri 49 milioni di persone verso condizioni di insicurezza alimentare acuta entro la fine del 2027. Siccità, alluvioni e stagioni agricole alterate possono infatti ridurre i raccolti, far salire i prezzi e colpire soprattutto le popolazioni che hanno minori possibilità di assorbire nuovi shock.
Alcuni effetti sono già misurabili. In India il giugno 2026 è stato il quinto più secco dall’inizio delle rilevazioni moderne nel 1901, con precipitazioni monsoniche inferiori di circa il 39,8% alla media, con conseguenze sulla semina di riso, mais, cotone e soia. A Panama, il 21 agosto, l’Autorità del Canale ha annunciato una riduzione temporanea della capacità di transito delle chiuse a partire da settembre, collegandola alle precipitazioni inferiori alle attese nel bacino del Canale e alle misure di risparmio idrico adottate per fronteggiare gli effetti di El Niño.
Sulle coste dell’Ecuador i ricercatori dell’American Bird Conservancy hanno censito 638 uccelli marini morti nel solo giugno 2026 — circa sette volte la media dei diciotto mesi precedenti — seguiti da altri 968 esemplari a luglio, tra specie come berte, sule dai piedi blu e l’albatro delle Galápagos, gravemente minacciato. È presto per stabilire con certezza la causa. Sono necessari test per l’influenza aviaria, ma le poche necroscopie condotte finora, insieme al comportamento degli uccelli sopravvissuti, non mostrano segni di infezione. I corpi sono emaciati, coerenti con la scarsità di piccoli pesci di cui si nutrono, sempre più rara mano a mano che le acque si riscaldano. Segnalazioni simili arrivano anche dalla costa nordamericana.
Questo apre a una possibilità allarmante: gli uccelli marini potrebbero già essere vittime dell’El Niño. Il rischio è aggravato dal fatto che un tempo questi animali erano molto più numerosi, il che garantiva loro una migliore resilienza durante i cicli naturali del fenomeno — solo tra il 1950 e il 2010, invece, le popolazioni monitorate sono diminuite del 70%, secondo i ricercatori.
In Italia e in Europa?
Il Mediterraneo non riceve da El Niño un segnale diretto e immediato come quello che colpisce le Americhe o il Sud-est asiatico: l’influenza sull’Europa è indiretta e mediata da come il riscaldamento del Pacifico va a modificare la posizione delle grandi strutture bariche, in particolare l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone nordafricano. Per questo le proiezioni stagionali sull’Italia restano più incerte rispetto a quelle su altre aree del pianeta, ma convergono su un punto: una marcata irregolarità nelle precipitazioni tra autunno e inverno, con alternanza netta tra fasi stabili e siccitose e perturbazioni violente e concentrate.
Un Super El Niño non garantisce quindi all’Italia un inverno né più caldo né più rigido a priori: agisce piuttosto come un fattore che amplifica l’imprevedibilità e gli estremi della stagione. Un meccanismo osservato in occasione di episodi passati è l’indebolimento del vortice polare artico, la circolazione che normalmente trattiene l’aria gelida al Polo Nord: quando si destabilizza, può favorire colate di aria artica o siberiana verso l’Europa e il Mediterraneo, con rischio di ondate di freddo e nevicate anche a quote basse.
El Niño è un promemoria di quanto il sistema climatico sia interconnesso. Un cambiamento di temperatura in una porzione dell’Oceano Pacifico può tradursi, nel giro di pochi mesi, in siccità in Amazzonia, alluvioni in Africa orientale e ondate di calore a migliaia di chilometri di distanza. Un esempio di come le oscillazioni naturali del clima e il riscaldamento globale di origine umana non vadano letti separatamente: si sommano, si amplificano a vicenda e rendono più probabili gli eventi estremi.
Approfondimenti sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico: “Ondate di calore : i danni alla fauna selvatica” e “Incendi estremi 2025: clima e abbandono del territorio dietro il record europeo“.


