Approfondimento

La solitudine è una nuova emergenza sociale

Approfondimento pubblicato il 07/04/2026 - di Roberta Liberale

Redatto il 30 marzo, aggiornato il 7 aprile 2026

Negli ultimi anni, la solitudine ha cessato di essere percepita come una condizione individuale per emergere come una vera e propria questione sistemica. Oggi rappresenta una delle sfide più rilevanti per la salute pubblica e la coesione sociale, al punto che le principali istituzioni internazionali la definiscono “epidemia di solitudine”.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa una persona su sei nel mondo sperimenta una condizione di solitudine e non si tratta di un fenomeno marginale perché la solitudine è associata a oltre 871.000 decessi ogni anno, stimati circa 100 ogni ora. Numeri che collocano questo tema tra i principali determinanti della salute globale.

Anche in Italia il quadro riflette una trasformazione strutturale profonda. I dati dell’Istat mostrano che oltre un terzo delle famiglie è composto da una sola persona, con incidenze particolarmente elevate tra la popolazione anziana (circa quattro over 75 su dieci vivono soli). Parallelamente, le trasformazioni del lavoro, delle condizioni economiche e dei modelli di vita stanno contribuendo a rendere più fragili e discontinue le reti relazionali. La crescente mobilità, la precarietà occupazionale e i cambiamenti nei modelli familiari si inseriscono in un contesto in cui le interazioni faccia a faccia diminuiscono e la qualità percepita delle relazioni mostra segnali di indebolimento.

A queste dinamiche si aggiunge un ulteriore elemento tipico delle società contemporanee: nei contesti più digitalizzati aumenta il numero delle connessioni, ma non necessariamente la qualità delle relazioni. Secondo il report Digital 2025 di We Are Social, le persone  nel mondo trascorrono in media oltre 6 ore al giorno online (in Italia poco più di 5 ore) e circa 2 ore e mezza sui social media (in Italia circa 2 ore). Il Censis rileva che oltre il 60% degli italiani si dichiara dipendente dalle tecnologie digitali, un’esposizione continua che amplia le interazioni, ma non garantisce legami più solidi o significativi.

In questo scenario, la solitudine coinvolge in modo crescente anche giovani e adulti, superando definitivamente l’idea che sia un fenomeno limitato alla terza età. In Europa, studi recenti indicano che oltre la metà dei giovani tra 18 e 35 anni (circa il 57%) sperimenta forme di solitudine almeno moderate, anche se le forme croniche e più gravi riguardano una quota più contenuta della popolazione.

La mancanza di legami significativi

Un punto spesso trascurato riguarda però la natura stessa della solitudine che non coincide necessariamente con l’isolamento sociale: si può essere soli anche in mezzo agli altri, così come si può vivere da soli senza sentirsi soli.

Come evidenziato dalla letteratura internazionale e dai recenti report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’OECD, la solitudine non dipende tanto dal numero di relazioni, quanto dalla loro qualità. È una condizione soggettiva che emerge quando le relazioni non soddisfano il bisogno di connessione, riconoscimento e supporto. La frequenza dei contatti, infatti, risulta solo debolmente correlata al sentirsi soli: ciò che conta è la qualità del legame e il senso di appartenenza che ne deriva. Questas dimensione qualitativa rende il fenomeno più complesso: non basta aumentare le occasioni di contatto, serve costruire legami significativi.

Cosa si sta facendo: modelli che funzionano

Negli ultimi anni alcuni Paesi hanno iniziato a trattare la solitudine come una vera questione di policy pubblica, superando un approccio esclusivamente sociale.

Il caso più avanzato resta quello del Regno Unito, dove il modello del social prescribing si è consolidato ed è oggi adottato su larga scala. Questo approccio, che collega i pazienti a attività sociali e servizi comunitari, si sta diffondendo rapidamente anche a livello internazionale ed è ormai utilizzato in diversi Paesi, dall’Europa all’Asia.
A livello europeo, nel 2025 è stato avviato il progetto SP-EU (Social Prescribing Europe), finanziato dalla Commissione Europea, che coinvolge più Paesi per testare l’impatto di questo modello su gruppi vulnerabili, tra cui persone sole, migranti e anziani .

Accanto alle politiche sanitarie, stanno emergendo iniziative strutturate anche a livello europeo. Nel 2025 è partito il progetto Lonely-EU, una rete internazionale per contrastare la solitudine nei diversi Stati membri. La solitudine entra stabilmente nell’agenda politica europea.

Anche il livello urbano si sta muovendo. Sempre più evidenze mostrano che la progettazione degli spazi incide direttamente sulle relazioni sociali: come sottolineato dall’OECD, la cosiddetta “social infrastructure” – spazi pubblici, luoghi di incontro e ambienti di quartiere – rappresenta un fattore determinante per le interazioni tra le persone. Studi recenti evidenziano che il contesto urbano può facilitare non solo l’incontro, ma anche forme di socialità informale, in cui le persone condividono uno spazio senza interazioni forzate. La presenza di spazi pubblici accessibili, aree verdi e luoghi di comunità è infatti associata a maggiori livelli di connessione sociale e a una riduzione dell’isolamento.
In Europa, un esempio significativo è il network europeo URBACT – Breaking Isolation, che ha coinvolto diverse città nello sviluppo di strategie urbane contro la solitudine. Il progetto ha mostrato come lo spazio urbano possa essere progettato come infrastruttura sociale, capace di favorire anche forme di interazione informale e quotidiana, contribuendo a ridurre l’isolamento.

Parallelamente, si stanno diffondendo interventi comunitari e culturali. Progetti europei come RECETAS,attualmente in corso, utilizzano attività sociali in contesti naturali per rafforzare le connessioni tra le persone e migliorare la qualità della vita. In modo analogo, iniziative come Culture on Prescription, sviluppate nell’ambito del programma Erasmus+, hanno sperimentato l’utilizzo di attività artistiche e culturali per contrastare isolamento e solitudine e oggi rappresentano modelli replicati in diversi contesti europei.

Anche a livello sperimentale emergono modelli consolidati. I programmi intergenerazionali, che mettono in relazione giovani e anziani attraverso attività condivise, sono indicati dalla letteratura internazionale e da organismi come OECD tra gli interventi più promettenti nel rafforzare il senso di appartenenza e ridurre la solitudine.

Perché riguarda tutti

 Persone più sole tendono ad avere meno fiducia, partecipano meno e costruiscono relazioni più fragili, anche nel lavoro e nei consumi. Questo si riflette in organizzazioni meno coese, clienti meno fedeli e comunità più deboli.

Perché, alla fine, è proprio la qualità delle relazioni, più di qualsiasi altra cosa, a tenere insieme i sistemi sociali ed economici.

Uno sguardo avanti

Guardando ai prossimi anni, alcune dinamiche rischiano di amplificare ulteriormente il fenomeno: l’invecchiamento della popolazione, la crescente individualizzazione dei percorsi di vita e l’emergere di nuove forme di relazione mediate dall’intelligenza artificiale.

Se da un lato queste tecnologie possono offrire nuove forme di supporto e compagnia, dall’altro pongono una questione cruciale: che cosa accade quando la relazione diventa simulabile?

Il rischio è di abituarsi a relazioni sempre meno esigenti e sempre più controllabili.

La solitudine è un problema da comprendere e da gestire, ma anche un segnale del tipo di società che stiamo costruendo. Ci dice qualcosa sul modo in cui viviamo il tempo, gli spazi, il lavoro, le tecnologie e perfino l’idea stessa di comunità.

Per questo affrontarla significa rimettere al centro una domanda essenziale: quali condizioni rendono ancora possibile, oggi, un legame umano autentico?

Leggi anche la dipendenza digitale colpisce anche gli anziani (aumentandone la solitudine).

In copertina foto di fauxels da Pexels



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