Nel Fossa Monselesana, come nel Burana tra Ferrara e il Delta del Po o nel Secchia nel mantovano, i pesci nuotano tra sostanze invisibili: i PFAS. Il rapporto dell’EEB, che analizza dati di monitoraggio raccolti in sette Paesi europei tra il 2009 e il 2023, rivela che tutti i campioni italiani analizzati superano il nuovo limite di sicurezza (77 ng/kg). E quel valore, già di per sé allarmante, riguarda solo una delle circa 10.000 molecole PFAS esistenti, nello specifico il PFOS (acido perfluoroottansulfonico).
Questi composti, utilizzati per decenni in industrie tessili, conciarie, chimiche e alimentari, sono ormai ovunque: nei fiumi, nei laghi, nel corpo dei pesci e, di riflesso, nei nostri piatti.
Sebbene il report non specifichi le specie analizzate nei singoli campioni, tra i pesci d’acqua dolce più comuni nei fiumi italiani figurano carpe, trote, persici e anguille – tutte specie che, secondo studi precedenti, possono accumulare alti livelli di PFAS. In particolare, secondo l’EFSA, il consumo di pesce può rappresentare fino al 90% dell’esposizione alimentare al PFOS. E non si parla solo di rischio cancerogeno: i PFAS sono associati a danni al fegato, alterazioni ormonali, infertilità, effetti sul sistema immunitario.
Sotto : il Po e una trota
Flash pubblicato il 10/09/2025

