Approfondimento

L’inquinamento da Pfas è un problema mondiale e non riguarda solo l’acqua potabile

Approfondimento pubblicato il 05/06/2026 - di Redazione

I PFAS, sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, sono composti chimici estremamente persistenti, utilizzati per decenni in numerosi settori industriali e prodotti di consumo per le loro proprietà antiaderenti, impermeabilizzanti e resistenti al calore. Proprio per la loro capacità di restare a lungo nell’ambiente sono definiti “inquinanti eterni”. L’esposizione a livelli elevati è associata a rischi per fegato e reni, disturbi del sistema endocrino e riproduttivo, alterazioni immunitarie e aumento del rischio di alcuni tumori.

Un’inchiesta, realizzata con il contributo di Journalismfund Europe (IJ4EU) e pubblicata in Italia da Repubblica e nel Regno Unito dal Guardian, segnala che in India stanno crescendo le proteste contro la produzione di PFAS nello stabilimento di Lote Parshuram, a sud di Mumbai. Il caso riguarda da vicino l’Italia: parte degli impianti utilizzati proverrebbe infatti dall’ex stabilimento Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, chiuso nel 2018 dopo essere stato al centro di uno dei più gravi scandali ambientali italiani legati agli “inquinanti eterni”.

Il Guardian riferisce che la società indiana Laxmi Organic Industries ha acquistato l’ex impianto italiano, la quale avrebbe smontato, trasferito e rimontato in India macchinari e attrezzature della Miteni. Lo stabilimento di Lote Parshuram risulta operativo dall’inizio del 2025 e produce sostanze destinate a settori come pesticidi, farmaci, coloranti e cosmetici. La società indiana ha negato accuse di inquinamento e sostiene di operare nel rispetto delle norme locali.

Sembra che per i PFAS si stia facendo come con i pesticidi: si proibiscono in Europa e si smerciano nei paesi extra UE (nel caso dei pesticidi i prodotti contaminati, spesso, rientrano in Europa..).

La Francia, nel frattempo, ha approvato una legge specifica sugli “inquinanti eterni”. La legge del 27 febbraio 2025 prevede il divieto, a partire dal 2026, di cosmetici, cere da sci, abbigliamento e scarpe contenenti PFAS; dal 2030 il divieto sarà esteso a tutti i tessili. Sono previsti anche controlli sull’acqua potabile, una mappatura dei siti emissivi e un meccanismo ispirato al principio “chi inquina paga”.

Restano però fuori alcuni prodotti molto discussi, come gli utensili da cucina con rivestimenti antiaderenti, esclusi dal testo finale dopo le pressioni dei produttori.

3M, l’Australia porta in tribunale l’azienda dei Post-it: causa miliardaria sui Pfas, i «forever chemicals»

Canberra ha annunciato una causa da oltre 2 miliardi di dollari australiani (circa 1,2 miliardi di euro) contro il gruppo americano e la sua controllata locale. Secondo il governo australiano si tratta della più grande azione legale mai intentata dal Commonwealth. Al centro del contenzioso ci sono le schiume antincendio utilizzate per anni in 28 basi militari del Paese.

Dietro le formule giuridiche si nasconde una vicenda che mescola ambiente, salute pubblica e responsabilità industriale. L’esecutivo australiano sostiene infatti che 3M avrebbe rassicurato autorità e utilizzatori sulla sicurezza dei prodotti contenenti Pfas, descritti come biodegradabili, non tossici e sicuri da smaltire. Ma, secondo l’accusa, la società avrebbe omesso risultati interni che già evidenziavano «significativi effetti ambientali avversi».

I Pfas sono composti chimici sviluppati per resistere a calore, acqua, grassi e sostanze oleose. Per decenni sono stati considerati quasi miracolosi: presenti nelle schiume antincendio, nei rivestimenti antiaderenti, nei tessuti impermeabili, nei componenti elettronici. Il problema è che non si dissolvono facilmente. Restano nel terreno, nelle falde acquifere, negli ecosistemi e persino nel corpo umano.

Sui Pfas puoi leggere questo articolo dove si afferma che :

1) Tre grandi gruppi chimici statunitensi pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con le dannose sostanze chimiche note come Pfas.

Chemours, DuPont e Corteva hanno dichiarato in un comunicato stampa congiunto di aver “raggiunto un accordo di principio per risolvere tutte le richieste di risarcimento relative ai Pfas nell’acqua potabile” per le aree che servono “la grande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti”…

A fine 2025 3M ha smesso di utilizzare prodotti contenenti PFAS ma continua a dover compensare stati e cittadini per i danni arrecati negli anni.

2) Come per il tabacco e per lo zucchero, anche nel campo della produzione delle sostanze perfluoroalchiliche, i famigerati Pfas, ci sono stati reiterati comportamenti truffaldini da parte delle aziende produttrici.

Nel 2025,in Francia, nel Grand Est, le autorità sanitarie hanno imposto restrizioni al consumo dell’acqua del rubinetto in alcune aree per il superamento dei valori relativi ai PFAS.

A questo si aggiunge lo scandalo delle acque minerali: le inchieste di Le Monde e Radio France hanno coinvolto, tra gli altri, marchi Nestlé come Perrier, Vittel, Contrex e Hépar, rivelando trattamenti non conformi su acque vendute come “minerali naturali” e problemi di contaminazione delle fonti da batteri, pesticidi, PFAS e altri microinquinanti.

Quel che va detto e ripetuto agli italiani, i più grandi consumatori di acqua minerale al mondo, è che la bottiglia NON mette l’acqua al riparo dall’inquinamento.

La riprova arriva  dalla Francia dove i PFAS – inquinanti “eterni”– sono stati rilevati  in tre fonti di acqua minerale imbottigliata nell’Ardèche e nella Loira.

Due pozzi a Vals-les-Bains e una sorgente a Saint-Romain-le-Puy sono stati chiusi dai rispettivi gestori, ha annunciato venerdì la prefettura Alvernia-Rodano-Alpi.

Dal 12 gennaio in Unione Europea sono entrati in vigore nuovi limiti agli PFAS nelle acque potabili, ma non Italia: il governo italiano infatti ha rinviato di sei mesi l’applicazione di uno dei nuovi parametri introdotti dalla normativa europea con un emendamento alla Legge di bilancio.

Un parametro che, tra l’altro, lo stesso esecutivo aveva deciso di inasprire. Come spiega Altreconomia, la motivazione addotta sarebbe quella di “dare tempo ai gestori di adeguarsi ai requisiti previsti”.

C’è solo da augurarsi , per la salute degli italiani, che questo rinvio non sia simile a quello della sugar tax, la cui applicazione è stata spostata almeno 9 volte.  La sugar tax dovrebbe entrare in vigore  il 1° gennaio 2027, ma pochi ormai ci credono.

O che non segua il destino del piano acque di cui si sono completamente perse le tracce.



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