Per decenni la biodiversità è stata confinata nel perimetro del dibattito ambientale, scollegata dalle questioni di salute pubblica e del benessere delle persone. L’evidenza scientifica degli ultimi anni ribalta questa separazione: la salute umana dipende strutturalmente dalla complessità biologica degli ecosistemi. Quando la biodiversità si riduce, le vulnerabilità sanitarie, sociali ed economiche si amplificano, come documentano l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES).
Non si tratta di un’affermazione ideologica, ma di un dato strutturale: la qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo, la stabilità climatica e anche i processi che regolano il sistema immunitario umano sono profondamente influenzati dalla varietà biologica degli ecosistemi in cui viviamo. L’IPBES Nexus Assessment 2024 mappa con precisione l’interdipendenza tra perdita di biodiversità, sistemi alimentari, risorse idriche, salute umana e dinamiche climatiche.
Foreste, zone umide, suoli biologicamente attivi e sistemi marini in equilibrio svolgono funzioni fondamentali per la salute collettiva. Filtrano gli inquinanti, regolano le temperature, riducono l’esposizione a eventi estremi e limitano la diffusione di agenti patogeni. Quando questi sistemi vengono semplificati o degradati, perdono la loro capacità di protezione, aumentando l’esposizione delle popolazioni a rischi ambientali e sanitari, come evidenziato anche da studi pubblicati su The Lancet Planetary Health.
Il paradigma One Health, oggi adottato da organizzazioni internazionali come OMS e FAO , parte proprio da questa consapevolezza: la salute umana, quella animale e quella ambientale sono interdipendenti e non possono essere affrontate separatamente.
Semplificazione agricola e impoverimento nutrizionale: un’emergenza silenziosa
La connessione tra biodiversità e salute emerge con particolare nitidezza nell’analisi dei sistemi alimentari. Il dibattito pubblico si concentra sulla disponibilità quantitativa di cibo, marginalizzando la questione cruciale: la qualità biologica degli alimenti.
Negli ultimi cinquant’anni, i sistemi agricoli si sono orientati verso una crescente semplificazione: poche specie coltivate, un numero ridotto di varietà genetiche, filiere altamente standardizzate. Un modello che ha aumentato la produttività, ma che ha progressivamente impoverito la diversità nutrizionale del cibo.
Oggi una parte rilevante dell’alimentazione globale dipende da un numero estremamente limitato di colture. Il report della FAO The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture, 2019, lo evidenzia chiaramente: su circa 6.000 specie di piante coltivate utilizzate storicamente per l’alimentazione, meno di 200 contribuiscono oggi in modo significativo alla produzione globale e solo 9 colture rappresentano oltre il 60% della produzione alimentare mondiale (grano, riso e mais da soli forniscono circa il 50% delle calorie globali di origine vegetale. Patata, soia, palma da olio, canna da zucchero, barbiabetola da zucchero e manioca completano il quadro della forte concentrazione produttiva dei sistemi alimentari.
Secondo la FAO, questa concentrazione riguarda l’intero sistema agro-alimentare, includendo non solo le colture destinate al consumo umano diretto, ma anche quelle utilizzate per l’alimentazione animale e per altri usi industriali.
Il risultato è una forma di malnutrizione diversa da quella storicamente legata alla scarsità di cibo: diete ricche di calorie ma povere di micronutrienti e fibre, associate a un aumento delle malattie croniche. Secondo l’OMS, l’obesità è oggi la forma più diffusa di malnutrizione in molte aree del mondo, anche nei paesi ad alto reddito. Questa sovrapposizione dimostra che l’adeguatezza calorica non garantisce di per sé una reale qualità nutrizionale, né una protezione della salute.
L’avanzata degli ultra-processati nei paesi a basso e medio reddito
Il processo di impoverimento nutrizionale si intensifica attraverso un secondo meccanismo: la diffusione degli alimenti ultra-processati (UPF), soprattutto nei paesi a basso e medio reddito. Questo fenomeno, documentato da una crescente letteratura epidemiologica, accelera la transizione nutrizionale: invece di evolvere gradualmente verso diete più varie e bilanciate, molte aree urbane passano rapidamente a un modello dominato da prodotti industriali pronti, standardizzati e ad alta densità energetica.
Gli UPF, formulati con ingredienti raffinati, additivi, aromi e stabilizzanti, stanno guadagnando spazio a scapito dei sistemi alimentari tradizionali in America Latina, Africa e Asia. La spinta è sistematica: marketing aggressivo, distribuzione capillare, prezzi competitivi rispetto agli alimenti freschi e posizionamento come simboli di modernità e status.
I dati mostrano che la quota di calorie da UPF è già elevata in diversi paesi latinoamericani (come Messico, Brasile e Cile) e cresce rapidamente nelle aree urbane di Africa subsahariana e Sud-Est asiatico. Nei paesi ad alto reddito questa trasformazione è ancora più avanzata: negli Stati Uniti gli ultraprocessati arrivano a circa il 55% delle calorie consumate e, in Europa, in paesi come la Svezia la quota supera il 40%, tra i livelli più alti insieme al Regno Unito. In Italia, invece, gli UPF rappresentano il 23% dell’apporto energetico.
L’effetto combinato è duplice: da un lato le diete si “appiattiscono” su matrici standardizzate e spesso povere di micronutrienti; dall’altro si indeboliscono, lungo le filiere, produzioni locali e varietà tradizionali (cereali, legumi, tuberi, ortaggi). Il risultato è un paradosso sempre più misurabile: aumentano insieme patologie da eccesso (obesità, diabete di tipo 2, ipertensione) e forme di malnutrizione nascosta, con carenze di nutrienti essenziali come ferro, zinco, vitamina A e folati.
Risposte normative: il caso britannico e l’emergenza obesità infantile
Di fronte all’evidenza epidemiologica, alcuni governi stanno adottando misure restrittive sulla commercializzazione degli ultra-processati. Dal 5 gennaio 2026 il Regno Unito ha introdotto restrizioni normative sulla pubblicità degli alimenti classificati come HFSS (High in Fat, Sugar and Salt) secondo il Nutrient Profiling Model del Department of Health, limitandone la promozione in televisione prima delle 21:00 e vietandone la pubblicità online.
Sono interessati biscotti, cereali processati, bevande analcoliche, prodotti surgelati, pizze, gelati, dolciumi, yogurt aromatizzati, alcuni succhi di frutta, cereali dolci per la colazione, prodotti da forno, bevande energetiche, frullati, hamburger e pepite di pollo congelate. Le versioni nutrizionalmente adeguate degli stessi prodotti, yogurt naturali, cereali integrali non zuccherati sono escluse dalle restrizioni.
L’intervento risponde a dati critici raccolti da National Health Service (NHS) tramite il National Child Measurement Programme (NCMP): il 22% dei bambini inglesi risulta obeso o in sovrappeso all’ingresso nella scuola primaria (circa 5 anni), percentuale che sale al 35,8% all’uscita (10-11 anni). Le carie dentali, conseguenza diretta del consumo di zuccheri aggiunti, costituiscono la principale causa di ospedalizzazione per bambini tra 5 e 9 anni nel paese.
Il governo stima che la misura possa prevenire 20.000 casi annui di obesità infantile e incentivare i produttori a riformulare i prodotti verso profili nutrizionali migliorati. Si tratta di un riconoscimento esplicito: le scelte alimentari individuali sono condizionate dall’ambiente informativo e commerciale, che richiede regolamentazione per proteggere la salute pubblica, soprattutto delle popolazioni vulnerabili.
In Italia il quadro è diverso: al momento non esiste una restrizione equivalente a quella britannica sulla pubblicità dei prodotti HFSS. Tuttavia, i dati indicano che l’eccesso di peso in età evolutiva resta un tema rilevante. Nel commentare un recente rapporto, il Presidente di UNICEF Italia Nicola Graziano ha evidenziato che, nella fascia 5–19 anni, la quota di bambini e adolescenti con sovrappeso è diminuita dal 32% nel 2000 al 27% nel 2022, mentre l’obesità è rimasta stabile (10% nel 2022) e la magrezza è aumentata dall’1% al 2% nello stesso periodo. In questo contesto, il dibattito su come ridurre l’esposizione dei minori alla promozione di alimenti ad alto contenuto di zuccheri, sale e grassi – e su quali strumenti normativi adottare – è destinato a crescere.
Il declino delle varietà locali come fattore di rischio per la salute globale
La biodiversità agricola non riguarda solo quante specie coltiviamo, ma anche quanta varietà esiste dentro ciascuna specie. Quando le varietà locali scompaiono, perdiamo una parte della ricchezza del cibo e finiamo per mangiare in modo sempre più uniforme e standardizzato.
Non è corretto scaricare tutto sulle scelte individuali: ciò che troviamo sugli scaffali dipende soprattutto da decisioni a monte, come produciamo, come sono organizzate le filiere, quali standard impone l’industria, come il cibo viene distribuito e promosso. Per questo la biodiversità alimentare è una questione di salute pubblica, non solo di preferenze personali.
Rimettere al centro il legame tra biodiversità, sistemi alimentari e salute significa spostare l’attenzione dalla cura delle patologie croniche alla prevenzione: proteggere e ricostruire la diversità biologica che rende il sistema più resiliente. Servono politiche coerenti: più agricoltura diversificata, tutela delle varietà locali, valorizzazione delle diete tradizionali e della cultura alimentare.