Redatto il 10 settembre, aggiornato il 6 novembre 2024.
Abbiamo preso spunto da questo grido d’allarme del nutrizionista Monteiro per prendere atto di come si sia evoluto il mercato del cibo per i giovani. Il collegamento con quanto esposto sull’incremento del cancro tra i giovani sembra essere molto realistico. Temiamo che cercare di trattare il cibo come il tabacco sia, realisticamente, non fattibile, almeno in Europa.
Gli alimenti ultra processati (UPF), il cui successo sembra inarrestabile, andrebbero trattati come il tabacco. E a dirlo non è qualche oltranzista salutista ma Carlos Monteiro, il nutrizionista dell’Università di San Paolo, in Brasile, che ha coniato il termine stesso “ultra processati”, suddividendo gli alimenti in quattro classi in base al sistema NOVA. In un congresso internazionale dedicato all’obesità ha infatti chiesto una guerra senza precedenti al cibo industriale. Lo riferisce il Guardian, che illustra le motivazioni dell’esperto.
In numerosi Paesi, più della metà delle calorie arriva ormai da un alimento ultra processato, e la percentuale, nelle fasce più giovani, sfiora l’80%. Eppure gli alimenti industriali ricchi di sale, zuccheri, grassi e additivi sono all’origine dell’epidemia di diabete e obesità, e di diverse altre malattie croniche, come ha confermato di recente uno degli studi più importanti realizzati finora, individuando ben 32 patologie riconducibili a un eccesso di consumo di ultra processati.
In numerosi Paesi, più della metà delle calorie arriva ormai da alimenti ultra processati e la percentuale, nelle fasce più giovani, sfiora l’80%
A fronte del danno certo, però, i continui appelli della comunità scientifica, gli studi, le linee guida si stanno rivelando inefficaci. E allora non resta che una strategia molto più aggressiva: vietare qualunque tipo di pubblicità, obbligare a inserire scritte simili a quelle presenti sui pacchetti di sigarette, vietare la vendita nelle scuole, negli ospedali e nei centri pubblici e anche entro un certo raggio da essi, e introdurre tasse ad ampio spettro e molto pesanti, i cui ricavati siano devoluti al sostegno del consumo di alimenti quali frutta e verdura. Solo un approccio di questo tipo ha fermato Big Tobacco.
Il confronto con Big Tobacco
Per decenni le aziende del tabacco, quasi tutte multinazionali capaci di potenti azioni di lobbying, avevano infatti impedito che venisse fuori una verità nota fino dagli anni Settanta, e cioè che il fumo di tabacco aveva effetti dannosi su tutto l’organismo. I metodi, emersi nel tempo e dimostrati in cause miliardarie, hanno delineato una strategia su più fronti, con accordi tra le aziende per mascherare, dissimulare, procrastinare il più a lungo possibile le informazioni che si stavano accumulando, allo scopo di continuare a fare profitti stratosferici. Tra di essi vi erano anche accurate tattiche di distrazione di massa, che cercavano di attirare l’attenzione su altro e non sul fumo, come origine delle malattie, grazie anche alla complicità di alcuni medici e ricercatori ben pagati.
Tutto questo si ritrova anche nel settore degli ultra processati, come denunciano da anni, per lo più inascoltati, nutrizionisti come Marion Nestle, e come è stato dimostrato con documenti segreti per le aziende che producono bevande zuccherate. Per questo, secondo Monteiro, è indispensabile agire come si è fatto con il fumo, anche perché, data la pervasività degli ultra processati, pensare di attendere le riformulazioni di migliaia di prodotti è quantomeno ingenuo. Oltretutto, come il tabacco, questi prodotti generano dipendenza. Non tutti concordano con Monteiro, a partire dalla definizione stessa di ultra processati che, secondo alcuni, sarebbe troppo ampia e penalizzerebbe anche alimenti e bevande non dannosi. Secondo Monteiro, è indispensabile agire contro gli ultra processati come si è fatto con il fumo.
L’avanzata degli ultra processati
Di certo, il successo non sembra conoscere battute d’arresto, e neppure rallentamenti. Anzi, gli ultra processati stanno rimpiazzando via via gli alimenti legati alle culture locali anche in paesi come il Giappone, come dimostra uno studio sui giovani giapponesi uscito nelle scorse settimane. Come riferisce il sito Food Navigator, questo è dovuto in gran parte al cambiamento nelle abitudini alimentari visibile un po’ ovunque.
Secondo la società specializzata Innova Market tre consumatori su cinque, nel mondo, acquistano almeno una volta alla settimana un alimento pronto a basso prezzo, e uno su cinque lo fa tutti i giorni, e la tendenza è all’aumento (del 3% su base annua). Ciò accade perché il modello sociale è profondamente cambiato quasi ovunque, spiegano gli autori, e oggi non esiste quasi più la figura della persona che, non lavorando, può occuparsi della preparazione domestica dei cibi. E questo è vero anche nei Paesi come India e Indonesia, perché i prezzi bassi dei cibi pronti rendono questi prodotti accessibili a chiunque e anzi, molto spesso convenienti. Sempre secondo Innova, un consumatore su cinque, soprattutto se giovane, pensa che il tempo impiegato a cucinare sia tempo perso: al massimo, concede mezz’ora alla preparazione.
Come frenare l’avanzata degli ultra processati?
Per cercare di rispondere adeguatamente a un trend che con ogni probabilità non è modificabile, infine, sta emergendo una sorta di via di mezzo, ossia la vendita di intermedi che rendano la preparazione del pasto semplice e veloce. Secondo Statista, un’altra società di analisi di mercato, entro il 2029 i meal kit varranno più di venti miliardi di dollari. E qui si inserisce una speranza. I consumatori sono comunque sempre più attenti alla salubrità di ciò che mangiano, e quattro su dieci diffidano degli ultraprocessati e cercano di evitare per esempio carni rosse lavorate. Per reazione, la tendenza delle aziende sembra essere quella si proporre pasti pronti o intermedi per prepararli al massimo in 30 minuti, ma con una qualità nutrizionale superiore rispetto al classico cibo industriale, partendo da meno ingredienti e illustrando con chiarezza in etichetta che cosa si sta acquistando.
P.S.: la conferma arriva anche da questo articolo sulla Spagna dove Mercadona è il n° 1 dei supermercati : “le abitudini di acquisto dei consumatori sono cambiate. Ormai si passa sempre meno tempo a cucinare o ad aspettare il turno in pescheria, da qui il proliferare di cibi trasformati o semilavorati in tutte le categorie. Questo è esattamente ciò in cui Mercadona vuole investire. Come rivelato dalla stessa catena di supermercati, sta effettuando test in 77 dei suoi punti vendita per ridurre il banco del pesce fresco e optare per preparazioni preparate in vaschetta“…
Sotto da Repubblica del 28 ottobre, il cui titolo è significativo : “Addio alle tradizioni, in Cina la Gen Z si sposa al karaoke o al fast food“.
